Storia della canapa – la canapa in Italia

La storia dell’Italia è inevitabilmente connessa con la pianta di canapa. Dalle pipe preistoriche trovate sul territorio italiano con tracce di cannabis all’interno, al boom degli anni ’40 fino ad arrivare ai giorni d’oggi, la canapa è sempre stata al centro del dibattito sociale, politico ed economico.

Italia leader della produzione mondiale di canapa

In Italia, l’uso della canapa per produrre filati di altissima qualità con metodi industriali risale alla fine del 1700. Il clima del nostro paese favorisce la crescita della canapa e la sua versatilità la rende adatta alla coltivazione su tutti i territori.

In uno stato che viveva soprattutto di agricoltura la pianta di canapa provvedeva da sola a quasi tutti i bisogni dell’uomo. Forniva olio combustibile per le lampade, fibra per i tessuti e mangimi per il bestiame.

Nell’antica tradizione italiana la canapa era diffusa principalmente a causa dell’espandersi delle Repubbliche Marinare che la utilizzavano largamente nell’abbigliamento e per le vele delle proprie flotte da guerra sfruttandone la resistenza e leggerezza.

Nel 1910, si calcola che nella sola Emilia-Romagna, vi erano 45.000 ettari di terreno coltivati a canapa, soprattutto nel Ferrarese. Mentre la località di “Canavese” ai piedi delle Alpi piemontesi prende il nome proprio dalla Canapa, e sulla bandiera c’è la sua foglia.

Negli anni ’50 l’Italia era il secondo maggior produttore di canapa al mondo (dietro soltanto all’Unione Sovietica) con quasi 100mila ettari coltivati.

Carmagnola diventò il centro non solo di coltivazione, ma anche di trasformazione del prodotto grezzo in prodotto finito o semilavorati, e di smistamento per l’esportazione verso la Liguria e il sud della Francia, in particolare Marsiglia. La varietà “Carmagnola” forniva la miglior fibra in assoluto, e le rese unitarie per ettaro erano maggiori che in ogni altro paese.

La scomparsa della canapa in Italia

accordo canapa

Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia in quanto paese “liberato” dagli Stati Uniti, dovette sedersi al tavolo delle trattative e firmare alcune clausole di collaborazione tra i due stati. Alcune fonti non ufficiali raccontano come una delle clausole a cui l’Italia è dovuta sottostare è stata proprio l’interruzione della produzione di canapa sulla scia della “Drug War” negli USA.

Questo accordo sembra sia una conseguenza dalla diffusione delle fibre sintetiche come il nylon, la stampa su carta derivante dal taglio di alberi e dall’industria petrolchimica per quanto riguarda il mondo dei combustibili.

La canapa quindi, in quanto possibile sostituto di carta, fibre e combustibili fu bandita grazie ad una guerra mediatica che la descriveva come un narcotico e quindi pericoloso per la salute delle persone.

Alla fine degli anni ’50 si cercò il rilancio per un materiale tanto importante per l’economia, ma nel 1961 il governo italiano sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti” (seguita da quelle del 1971 e del 1988), in cui la canapa sarebbe dovuta sparire dal mondo entro 25 anni.

Nel 1975 esce la “legge Cossiga” contro gli stupefacenti, e negli anni successivi gli ultimi ettari coltivati a canapa nel nostro Paese scompaiono.

Infine a regolamentare il settore della canapa è stato il decreto 309 del 1990, il “Testo unico delle Leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.

La ripresa del settore della canapa in Italia

crescita canapa

Il 14 Gennaio 2017 è entrata in vigore la legge 242 del 2 Dicembre 2016 con le disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa.

Le novità introdotte dal nuovo testo di legge sono:

  • Non è più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di THC al massimo dello 0,2%. Quindi significa che la comunicazione alla più vicina stazione forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza) tramite un modulo denuncia, NON è più necessaria.Gli unici obblighi per il coltivatore sono quello di conservare i cartellini della semente acquistata per un periodo non inferiore a dodici mesi e di conservare le fatture di acquisto della semente per il periodo previsto dalla normativa vigente.
  • La percentuale di THC nelle piante analizzate potrà oscillare dallo 0,2% allo 0,6% senza comportare alcun problema per l’agricoltore. Gli eventuali controlli verranno eseguiti da un soggetto unico e sempre in presenza del coltivatore, e gli addetti al controllo sono tenuti a rilasciare un campione prelevato per eventuali contro-verifiche. Nel caso in cui la percentuale di THC dovesse superare la soglia dello 0,6%, l’autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione della coltivazione, ma anche in questo caso “è esclusa la responsabilità dell’agricoltore“.

Grazie a queste novità l’Italia sta vivendo oggi una vera e propria corsa all’oro verde. Dai 400 ettari coltivati a canapa nel 2013 ai quasi 4000 stimati nel 2018, destinati a crescere ancora.

Protagonista di questa grande ripresa è stata anche la “Cannabis Light”, le infiorescenze di canapa con tenori di THC inferiori a quelli consentiti dalla legge, che però al momento può essere acquistata solo per motivi “tecnici o collezionistici”.  Manca infatti una regolamentazione chiara ed univoca per un settore che è stato e potrebbe essere la punta di diamante dell’economia italiana.

In questo periodo di dibattito infatti, noi di ZeroSei Collection e tutti gli operatori del settore della canapa stiamo richiedendo alle istituzioni di chiarire le linee guida di tutta la filiera della canapa.